[LIBRI] Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano

Uno sguardo smaliziato e anticonvenzionale su una straordinaria figura della cristianita'.

Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano

Ambrogio, vescovo della citta' di Milano, viene festeggiato il 7 dicembre; in memoria della sua nascita viene dedicata la premiere musicale al Teatro alla Scala; in quei giorni si inaugura in suo onore la fiera degli O bej o bej, le persone meritevoli vengono premiate con l'Ambrogino d'oro, una moneta su cui e' riprodotto il ritratto del santo, e a lui e' persino dedicato un piatto. Nonostante questo non si sa molto di sant'Ambrogio. Da dove viene? dove nasce? come si e' fatto vescovo? Per quale motivo era rispettato e temuto sia dai barbari germanici che dai sapienti greci? Dario Fo, in modo del tutto originale, ci racconta di quest'uomo che all'eta' di trentacinque anni circa si ritrova con sua meraviglia acclamato vescovo e implorato dalla popolazione ad accettare, a buttare alle ortiche l'abito di uomo del potere imperiale (amministratore, giudice, governatore, cioe' al culmine della carriera), a calzare la stola e a impugnare il bastone del pastore d'anime. Ci racconta di come Ambrogio, che prima del gran volo non professava alcuna fede, completamente estraneo al problema religioso, si sia buttato nel nuovo ruolo con un impegno e una passione stupefacenti. Di come abbia rischiato di essere ammazzato decine di volte, di come abbia sollevato la gente contro l'imperatore e contro la trivialita' dei ricchi.

Ambrogio giunge a Milano nel 370; ha appena ricevuto un ulteriore incarico dall'imperatore Valentiniano I: si tratta, oltre che di amministrare la giustizia dell'Urbe e mantenere l'ordine fra i dipendenti imperiali e il popolo, di occuparsi dei delicati affari politici dello Stato. In quel tempo a Milano si stava vivendo una situazione di fermento riguardo il problema della conduzione religiosa. Il seggio vescovile, per molti anni tenuto da un vescovo di fede ariana, Aussenzio, era da poco vacante. I cattolici pretendevano di porre un proprio rappresentante alla direzione liturgica della citta'. Ambrogio, forte della sua carica e del prestigio di cui godeva, si accollo' il compito di gestire e risolvere con equanimita' il problema della scelta. Ambrogio inizio' con l'ascoltare i vari interventi che designavano i due proposti concorrenti al seggio... Alla fine prese la parola per esprimere il suo punto di vista riguardo ai valori e alle carenze che personalmente egli rilevava in entrambi. Doveva di certo possedere una grande dote di intrattenitore e la facolta' di farsi ben comprendere da chiunque... Non aveva ancora finito di parlare al popolo quando tutti i presenti, abbandonata ad un tratto la collera reciproca, si trovavano a convergere, nella scelta del nuovo vescovo, proprio su quel consigliere di concordia. Al termine della relazione di chiusura esposta da Ambrogio esplose un applauso straordinario, contrappuntato da grida d'entusiasmo. Gridavano che egli fosse subito battezzato "E' lui che dovete eleggere a nostro vescovo: non ci sara' mai un unico popolo cristiano se non ci darete per pastore questo uomo".

 

Libro, 222 pagine, anno 2009
Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano lo trovate su commercioetico.it

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[STAMPA] CANZONISSIMA – spettacolo musicale abbinato alla Lotteria di Capodanno – presentano Dario Fo e Franca Rame

(1962) - CANZONISSIMA (12 ottobre) – spettacolo musicale abbinato alla Lotteria di Capodanno – presentano Dario Fo e Franca Rame

 

 

CANZONISSIMA CHE PASSIONE!.

Prendete quarantotto fra le canzoni più popolari degli ultimi cinque anni, aggiungete due pizzichi di ‘paprika’ (Dario Fo e Franca Rame), fate scrivere il copione da tre acrobati dell’umorismo (Fo, Chiosso e Molinari), condite il tutto con un’orchestra ricca di possibilità (quella di Gigi Cichellero), mettete ogni cosa in un grosso cappello a cilindro, agitate con una bacchetta magica e sfornerete sul tavolo una spumeggiante edizione di Canzonissima. […]
Per quanto riguarda lo spettacolo, Fo e sua moglie Franca Rame cercheranno di legare le varie canzoni con ‘gags’, ‘sketches’, siparietti veloci, brevi, pungenti, briosi, spiritosi, nello stile ormai consueto, mordace ma accessibile a tutti. […].
estratto da "Settimana Radio TV" – (7-13 ottobre)
http://www.mediafire.com/?ba0hnupovhxdhry

 

fonte: paperblog.com

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FELTRI, PENSIONATO A 53 ANNI CON 179MILA EURO L'ANNO, VUOLE LE PENSIONI A 67 ANNI.

Puntata 'IN ONDA' su La7 del 5/7/2011 - ospite Feltri:

"Tutti sanno che in Germania si va in pensione a 67 anni. mentre noi ci ostiniamo ad andarci a 58,59, 60".

Tutto vero, Feltri per esempio ce l'ha fatta a soli 53 anni, nel 1997. Una pensione d'oro: ben 347 milioni di lire all'anno, circa circa 179 mila euro. Da allora Feltri ha continuato a scrivere e a dirigere giornali, ricevendo ricchi e meritati compensi e spiegando al mondo intero che è meglio per tutti se si va in pensione a 67 anni.

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EINSTEIN L’AVEVA PREDETTO…

Einstein, ormai più di sessant’anni fa, diceva che la scienza nell’ultimo secolo ha premuto all’impazzata l’acceleratore sulla velocità di ricerca, scoperta e soprattutto riguardo alle nuove idee.

L’umanità ha capovolto il metodo e lo sviluppo, come in un ribaltone impazzito, al punto che chi non riesce a reggere il ritmo della innovazione e del nuovo concetto scientifico, si ritrova sbattuto fuori dall’orbita come un sasso buttato da un bimbo nello stagno: solo le rane si accorgono di quel lancio nell’acqua che cancella e spiana ogni identità superflua.

E’ qui che dobbiamo proprio ammettere che la constatazione di Einstein si sia rivelata in pieno; infatti, con velocità inaudita, in pochi anni si sono realizzate nuove macchine nate da concetti assolutamente fuori dal tempo che le precedono e le distanziano; soprattutto è il numero di queste novità che impressiona. In un tempo minimale di un secolo si sono succedute a tambur battente scoperte e invenzioni sconvolgenti: si è dato inizio con l’elettricità, che corre imprigionata dentro fili di rame; il telefono, e poi la radio; e quindi il radar, il motore a scoppio, i motori azionati da energie propellenti diverse; purtroppo si producono anche invenzioni orrende, come la bomba atomica e tutti i suoi derivati; ma per la gioia della nostra fantasia si inventano la fotografia e il cinema; e subito appresso la televisione, in bianco e nero e poi a colori, e i sistemi diversificati di comunicare voce e immagini; e senza respiro ecco il viaggio sulla Luna e il lancio dei satelliti intorno al nostro pianeta e più lontano, dentro l’Universo.

Insieme nascono la radiografia e la ripresa televisiva dentro il corpo umano.

Si realizzano progetti sempre più assurdi: non si scrive più a macchina, ma con un computer; il computer si trasforma in un congegno pensante attraverso il quale si comunica ad altre minute macchine della stessa razza. Perfino il telefono diventa un minuscolo robot che fotografa, fa riprese cinematografiche, si trasforma in televisione, elabora dati, acquisisce memorie d’ogni genere. E già c’è chi sta realizzando organi umani meccanici da sostituire a quelli naturali ma difettosi o non più funzionanti. E in questo straordinario clima sono nati, crescono, e si arricchiscono di conoscenza e sapere milioni di nuovi esseri umani, non solo nei Paesi evoluti, ma anche nei Paesi del Terzo Mondo, che non imparano soltanto la tecnologia e la sua applicazione, ma producono ed elaborano anche differenti concetti, modi di analizzare e giudicare il nuovo mondo che gli sta nascendo intorno.

Ma di questo ultimo fenomeno, sembra impossibile, molta parte dell’umanità non se ne rende conto. E’ come se milioni di individui vivessero in una entità parallela ma che non riesce a comunicare con tutto ciò che si muove e sviluppa nel presente e nel prossimo futuro.

Ed è veramente impressionante constatare che sono proprio coloro che detengono il potere economico e politico - e che dovrebbero gestire in modo appropriato e cosciente questo fenomenale tempo di evoluzione - che rimangono completamente fuori dal contesto del progresso e della trasformazione continua che si attua dinnanzi ai loro occhi opachi.

Essi son ben consci che causa i propellenti minerali, l’atmosfera si sta inquinando, e ci sono interi continenti un tempo rigogliosi ormai desertificati e le risorse energetiche vanno esaurendosi con grande rapidità; ma i nostri governanti e amministratori non pensano assolutamente a mettervi rimedio. “Piuttosto godiamoci quel che ci rimane e sfruttiamo al massimo questo profitto, vadano pure alla malora foreste, oceani e ghiacciai! La vita è una sola, la nostra! E di quella degli altri chi se ne frega!”.

E sono proprio loro che hanno creato i disastri economici per i quali sta pagando la popolazione di tutto il pianeta. E la chiamano New Economy! Milioni di disoccupati e cassintegrati, intere famiglie che sono alla fame, popoli che fuggono dalle proprie terre rimaste senza acqua e cibo, e nello stesso tempo gente che si arricchisce in modo smisurato e che crede che quella pacchia durerà in eterno, anzi più disperati ci sono, meglio è per loro.

Sono convinti che basti possedere i mezzi di informazione con la televisione e i programmi dei reality show per rendere abbioccati e beoti quei disperati. Ma poi all’istante in ogni nazione, dall’Africa all’Asia all’Europa, ecco spuntare una folla che riempie fino all’impossibile le piazze, che protesta senza batter ciglio davanti a poliziotti che sparano ad altezza uomo. E succede perfino che da noi in Italia si organizzino manifestazioni che non si vedevano da almeno quarant’anni. Gente che non getta bombe e nemmeno pietre, salvo qualche eccezione. E non sono contro la politica, tant’è che votano, perfino i referendum! E li vincono anche! “Ma come hanno fatto? Come si sono organizzati? Con che mezzi? - esclamano guardandosi attoniti l’un l’altro i padroni del Parlamento e delle Televisioni mentre contano increduli i voti perduti in pochi mesi - Attraverso quale mezzo hanno comunicato, si sono organizzati?”

Attraverso la rete appunto! I cellulari!

Ed ecco che per la prima volta i padroni del vapore economico e culturale rimangono basiti. Non hanno previsto nulla. E come mai? Perché non si sono preoccupati di qualcosa che si muoveva al di sopra delle loro teste, del loro cinico ma lento cervello. Non si sono accorti che esiste un linguaggio che non si serve delle cricche del gioco delle tangenti, delle raccomandazioni inter-partito e soprattutto che ancora non è merce da sfruttare, da vendere e in grado di corrompere. E’ per questo che ancora dopo questa débâcle che hanno appena subito, continuano imperterriti nel loro mercato di ricatti, corruzione, inciuci e truffalderie d’ogni genere.  

Einstein non era un uomo politico ma era solo il più grande scienziato del suo tempo, e se fosse ancora qui oggi, siamo sicuri che tirerebbe fuori un’altra profezia: “indignati, continuate con questo vostro ritmo. Non fermatevi a considerare con pietà questa razza di mercanti che come i ciechi di Aquisgrana continuano a muoversi tenendo una mano ognuno sulla spalla dell’altro e immancabilmente, soddisfatti di sé, vanno verso il baratro che si spalanca dinnanzi ai loro piedi!”

Dario Fo

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[STAMPA] "COME TI FO" - Stefano Vicentini su "Il Boccaccio riveduto e scorretto"

Un capolavoro «riveduto e scorretto». Ma non tradito Dario Fo spiega, interpreta e riscrive il «Decamerone» e sfiora la grandezza dell'autore. «Cambio i finali dove serve. Il permesso? Me l'ha dato Bernard Shaw»

Chissà di quale dei tre narratori maschili del Decamerone, accanto a sette fanciulle, Dario Fo vestirebbe più volentieri i panni: Dioneo, licenzioso e ridanciano cantore di corna muliebri? Il più maturo Panfilo, cavalier cortese rivestito d'elegiaco sentimento? O Filostrato, voce patetica delle pene d'amore finite in tragedia (caratteri peraltro ricavati dall'etimologia dei nomi greci). Diamogli comunque una veste di broccato e una briosa gagliardia giovanile per entrare nella brigata dei novellatori assoldata dal Boccaccio. A buon diritto, senza dubbio. Perché a 85 anni il premio Nobel ha ancora una ricca vitalità da esprimere e una miniera di racconti che ridestano il gusto affabulatorio antico.

Nel suo ultimo libro, Il Boccaccio riveduto e scorretto, a cura di Franca Rame sua moglie (Guanda, 448 pagine, 22 euro), Dario Fo dipana tredici riletture che danno una prova concreta del vitalissimo mondo medievale del Trecento. Sia beninteso che l'autore, seguendo le storie del Boccaccio nate da esperienze di vita tra Napoli e Firenze, non offre un'interpretazione illusoria e smagata della società, che anzi conosceva bene l'arrivismo e la bancarotta, l'azione azzardata e la falsa parola, la ribalderia dei potenti e il delitto di sangue, persecuzioni e censure. Ma ripercorre quei vissuti quotidiani proprio con lo sguardo, tutto sommato distaccato e indulgente, che ebbe il grande maestro, lontano dallo scandalizzarsi o dal denunciare apertamente le ingiustizie — anche per non finire come Iacopone da Todi, Dante o più tardi Savonarola, indignati che invece pagarono di persona. Lo sghignazzo e lo sberleffo antichi sopravvivono proprio per come gli autori satirici li hanno portati nella letteratura, filtrandoli cioè con meccanismi di reinterpretazione e suggestione simbolica, o sviamenti di convenienza. Fo cita, ad esempio, l'omertà di Boccaccio sull'accusa alla regina Giovanna d'Angiò di aver assistito impassibile all'assassinio del marito, principe d'Ungheria. Allora ognuno sarà libero di attualizzare come crede i cari personaggi del Decamerone, così non moriranno mai: ser Ciappelletto, Abraam giudeo, Andreuccio da Perugia, Lisabetta da Messina, Calandrino e gli altri.

Con libertà artistica Dario Fo si è autorizzato a ricostruire memorabili vicende, ora cambiandone il finale ora narrandole in volgare, ora accentuando l'espressività ora alludendo al contesto storico: il paziente studio e la maestria della ricomposizione, tra biografia e racconti, hanno dato un felice esito. Piacevole anche la scelta di corredare le pagine con un'autentica galleria d'arte, quasi 200 tra dipinti e disegni realizzati dallo stesso Fo, che dà il ritmo del racconto con figure dinamiche quasi sempre in atto di danza e una marcata vivacità coloristica. La rilettura d'autore di Boccaccio, del resto, non è nuova: Fo ricorda la lezione di «un grande uomo di cultura e spregiudicatezza quale Pier Paolo Pasolini, sensibile al valore di questo narratore di conte, alle cui favole dedicò un film» (1971). Stavolta però il libero riuso è diventato, come dice il titolo, uso «riveduto e scorretto». Così l'innocente Ginevra è vittima di una crudele scommessa, in cui il marito vuol metterne alla prova la fedeltà (seconda giornata, novella IX). Nel finale positivo, momento alto con l'apologia della dignità della donna ma anche con la sorpresa del perdono al marito ingannatore, interviene Fo: «Davanti a un "e vissero tutti felici e contenti" tanto scontato e squallido non ho potuto fare a meno di indignarmi e mi sono ribellato, ma con impaccio: non è cosa di tutti i giorni decidere di contestare e correggere il più grande novellatore italiano e il maggiore uomo di teatro della cultura anglosassone (novella ripresa in Cymbeline da Shakespeare). A darmi coraggio è stato Bernard Shaw che nel prologo dell'opera inglese dichiara: "Anche i grandi autori ogni tanto incappano in soluzioni sceniche di basso livello... è lì che bisogna entrare in loro soccorso e salvare il testo". E così sono intervenuto a piedi giunti, capovolgendo il finale di entrambi i testi».

Tra le altre storie, Andreuccio, domatore di cavalli venuto a Napoli per mercato, è ingannato da una bella tiratrappole che si spaccia per sua sorella, lo deruba e avvia per lui un giro di guai che lo portano perfino a precipitare nello sterco (2, V). Il correttore Fo nel suo finale assolve la donna: «E io benedico quella latrina che t'ha salvato! Te giuro che sarò bona e che non te arrobberò più veruna cosa, salvo lo core! D'altra parte che ce voi fare: io sono fémmena ma brigante e ogni tanto me capita de arrobbà e ammazzà... stàtte accorto!» Così Lisabetta da Messina, per una vendetta dei fratelli che le danno la testa mozzata dell'amato in un vaso (4, V), alla fine si ridesta da un'illusione circense e riabbraccia Lorenzo avvolto in bende ma sano; il beffato Calandrino invece, convinto dagli amici di diventare invisibile con un'elitropia, una pietra magica (8, III), indossa abiti da vescovo e, aiutato dalla fortuna, compie uno straordinario gesto diventando eroe. In ogni racconto, Fo sa creare con la sua arte della parola un brivido di piacere che sfiora la grandezza di Boccaccio.

Stefano Vicentini
fonte: bresciaoggi.it

 

 

 

 

"Il Boccaccio riveduto e scorretto" lo trovate su commercioetico.it


Salone del Libro, Dario Fo: ''Oggi non c'è la satira, c'è la barzelletta, lo sfottò''

Torino, 14 mag. (Adnkronos) - "Oggi la satira non c'è, c'è la barzelletta, lo sghignazzo più triviale, ma la differenza tra l'ironia e lo sfottò è fortissima, una impone l'eleganza, l'altro è becero e razzista".

Così il premio Nobel Dario Fo, al Salone del Libro per presentare un libro sul Boccaccio curato da Franca Rame riflette con i giornalisti sul ruolo della satira oggi. "La satira è lo specchio che determina il rovesciamento dell'ovvio e del banale - sottolinea Fo - mette per così dire il re in mutande, ne evidenzia l'ipocrisia, oggi invece tutto è affidato alla barzelletta, al sarcasmo verso i più deboli, i sofferenti quelli che nella vita non hanno avuto fortuna".

E oggi - conclude il premio Nobel - "la politica si basa sulla menzogna, sull'ipocrisia, sulla trappola, dove l'altro è il nemico".

 

fonte: notizie.it

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VENTO NUOVO, CARCERI E TERRITORIO

LE  UDIENZE
Il 23 giugno si svolgerà l’udienza del processo riguardante gli abusi di tipo sessuale da parte di due agenti dei carceri di San Vittore e di Bollate nei confronti di due detenute transessuali. Ci  scusiamo per il silenzio delle ultime settimane. Abbiamo preferito non disturbare scadenze civiche cronologicamente prioritarie. Riannodando l’informazione, segnaliamo che la scorsa udienza si concluse con un rinvio, chiesto dalla difesa per sua indisponibilità. Confidiamo che questo processo risvegli la consapevolezza di alcuni

PUNTI  INDISCUTIBILI
Le persone detenute possono essere limitate nella libertà personale ma non nei  diritti fondamentali di ogni essere umano. Anche le autorità, che regolano la vita dei penitenziari, sono sottoposte alla  legge. Gli abusi, compresi quelli sessuali, non sono giustificati dalla divisa, che anzi in tali casi costituisce aggravante di violenza.

L’ARIA NUOVA
Ovviamente si estenderà anche ai  penitenziari cittadini. Urge recuperare allora parole e progetti su “carcere e territorio”, per riprendere relazioni di base essenziali tra dentro e fuori. Solo così il carcere cesserà d’essere un feudo  impenetrabile, dove l’unica legge è l’arbitrio di chi  dirige e dove gli abusi affogano nel segreto omertoso. Sembra anche tempo di differenziare, nel giudizio dell’opinione pubblica, le diverse metodologie di gestione, evidenziando i modelli di trasparenza e umanizzazione e uscendo così dalle irreali lamentele monotone dei baroni, che bloccano ogni autocritica e originalità. Porte aperte alla cittadinanza, ai media e soprattutto alla magistratura esterna.

 

Gruppo Calamandrana

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[STAMPA] Dario Fo e Arlecchino, una coppia “contro”

(30 giugno 2011) Chi non è mai stato moderato né ieri né ora è il premio nobel, il giullare, l’affabulatore Dario Fo. Detto questo, il celebre attore e drammaturgo torna in libreria con uno dei suoi testi più sentiti: Arlecchino. La maschera della Commedia dell’Arte che, con il suo temperamento ondivago, tentennante un’arguzia fuori dal comune unita ad una oscillante sbadataggine che sfiora la stupidità, ha consegnato al suo apparire, nel XVI secolo, uno dei caratteri principali dell’italiano. Con la ricostruzione del testo, curato e tradotto nelle sue parti dialettali da Franca Rame e dai suoi collaboratori, contenente anche gli ormai proverbiali disegni-bozzetti-cartoni del maestro, Einaudi rimette in circolo, in edizione dvd, anche la ripresa dello spettacolo che debuttò in anteprima nazionale al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia nell’orami lontano 1985, per le cure del “grotowskiano” Ferruccio Marotti e in occasione dei 400 anni della nascita del personaggio.

Così Fo descrive la sua amatissima maschera:
«Arlecchino era fondamentalmente un amorale. Quelle sue provocazioni suscitarono un successo incredibile; con le sue entrate in scena oscene aveva rotto le normali convenzioni dello spettacolo». Dunque, è un progetto già di spettacolo a venire il lazzo del “personaggio” bergamasco. Il nascondimento è di epoca successiva. Il costume è pezzato ma non losangato che come la maschera arriverà dopo. Le losanghe, infatti, arriveranno con Goldoni, nel 700 più avanzato".

 

FRANCA RAME (a cura di) Dario Fo. Arlecchino,Einaudi Stile Libero, Torino, 2011, pp. 178

 

fonte: ilcittadino.it

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Dario Fo: "La Villa Reale è anche mia"

Dario Fo, sollecitato dal Comitato "La Villa Reale è anche mia" interviene sulla questione del complesso monzese e critica la scelta di Regione e Comune di metterla nelle mani di un privato

"Ho assistito alla messa in scena della consegna della chiave della Villa Reale per i ministeri del nord a Pontida e mi è sembrato di assistere a una commedia grottesca, a un vero e proprio sfottò. Risulta evidente che, di fatto, non c’è alcun interesse a salvaguardare la Villa, la sua memoria storica – anche quella tragica del regicidio – e la sua valenza architettonica e culturale. L’unica cosa certa è che la parte centrale della Villa sta andando a finire nel calderone del business: è stata lottizzata, svenduta e consegnata alla speculazione di un privato che ci potrà fare di tutto. È abbastanza facile prevedere che cosa succederà alla Reggia da qui ai prossimi ventidue anni (tanti quanti sono previsti dalla concessione).

La parte centrale, staccata da tutto il resto, si riempirà di qualsiasi cosa possa rendere economicamente al concessionario: dal ristorante, alle presentazioni di marchi, alle convention aziendali, ai negozi e ai laboratori artigianali. Nessuno ci assicura che potrà ospitare manifestazioni davvero degne delle aspettative di tutti: mostre d’arte, il museo della Villa stessa, manifestazioni di grande respiro, come festival culturali. La Villa sarà sì aperta tutto l’anno, ma con la logica del centro commerciale, per i clienti, non per gli utenti di quello che dovrebbe essere rispettato come uno dei beni culturali nobili d’Italia e che, invece verrà snaturato e asservito al business.

Temo lo sfruttamento intensivo che si farà del monumento, l’esperienza ci insegna che gli stucchi, le maioliche, i pavimenti Maggiolini risentiranno della fruizione, basta ricordare la nefasta esperienza della Mostra dell’Arredamento nella Villa.

Il problema serio è che di cultura non c’è nulla: non si fanno musei, non si aprono accademie, anzi, si butta fuori l’Istituto Statale d’Arte, una scuola che ha le sue radici nella biennale d’Arte di Monza – poi trasferita a Milano come Triennale – che ha avuto tra i docenti maestri dell’arte e della cultura, da Marino Marini a Giuseppe Pontiggia, e che continua a dare un contributo importante alla formazione artistica e alle scienze applicate. Purtroppo non c’è da stupirsi: a Brera sta succedendo la stessa cosa, ristoranti e negozi piuttosto che cultura e formazione.

Anche questa ipotesi di metterci dentro i ministeri “padani” è qualcosa d grottesco, una specie di polvere argentata da gettare negli occhi dei creduloni per cercare di recuperare il consenso che si è perso.

Però i cittadini non devono dimenticare che la Villa è roba loro e l’Amministrazione dovrebbe raccogliere fondi per renderla, restaurata e attiva culturalmente, al pubblico, alla collettività."

Dario Fo
22 giugno 2011

 

fonte: vorrei.org

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