
Lei entra in scena dopo di lui. Gli stampa un bacio sulle labbra, lui sorride e spiega: «
Me l’ha dato perché ce l’ho fatta: sapete, 25 giorni fa sono stato operato alle corde vocali e questa, per me, è una bella prova: direi che è un vero miracolo. Vedete che ha un valore, la Fede?».
Lui la introduce. Le prende la mano. Le sorride. Sulla scena si incrociano appena, perché si alternano, ma dopo i monologhi di lei, lui le sussurra orgogliosamente un «
Brava!» che solo lei può sentire e che solo gli spettatori delle prime file possono rubare.
Dario Fo e Franca Rame: due leggende viventi, due giganti del teatro italiano degli ultimi 60 anni, ma soprattutto due pilastri del panorama culturale del Paese. Tutti si aspettavano che la messinscena del loro capolavoro, «
Mistero buffo», fosse un momento da antologia. Quindi, non sorprende tanto la maestria di due attori/narratori di razza, capaci di tenere banco per più di due ore, con quattro impegnativi episodi ispirati ai Vangeli apocrifi, né il continuo scrosciare di applausi o la sfida di due splendidi ottuagenari, che in barba all’età attingono - quasi i loro piedi fossero radici - tutta la linfa dal palco. Quel che impressiona è la stupefacente umanità del Nobel Dario e della senatrice Franca: fatta di piccole carinerie affettive che non ci si aspetta e che commuovono. Un’umanità che trabocca, infine, nell’ultimo spezzone di «Mistero buffo».
Ma procediamo con un minimo di rigore: ore 21, sabato 26 novembre,
teatro Creberg. Dario Fo si palesa davanti ai
1200 spettatori per il debutto del nuovo tour di un titolo che ha totalizzato più di 5000 repliche in tutto il mondo. Ed è subito un’ovazione: quasi ci si trovasse al cospetto di un santo, come si trattasse di un’apparizione sacra. Capita sia obbligato a temporeggiare, nel corso della rappresentazione, perché il battito di mani non vuole fermarsi. Fo inizia con «
La resurrezione di Lazzaro» ed è proprio la riuscita del pezzo in cui cita l’odiato Berlusconi (cui dedicò «
L’anomalo bicefalo»), capace di mettere a dura prova le corde vocali, a riempirlo di soddisfazione.
Entra la sua compagna di vita da 57 anni con «
La nascita di Adamo ed Eva»: niente grammelot, ma un mix di dialetti meridionali. Forse uno dei brani più noti e amati quello dedicato a Bonifacio VIII, colui di cui scrissero (negativamente) Jacopone da Todi e Dante e che insinuò la logica del profitto all’interno della Chiesa (in questo caso, piovono frecciate a Papa Ratzinger, Marchionne e il solito Berlusconi).
Chiude una straziante Madonna ai piedi della croce nella
superba interpretazione di Franca Rame. Ed è allora che arriva la standing ovation più fragorosa, lunga e sentita che sia mai stata vista al teatro Creberg.
I due signori del teatro se ne vanno: ci si guarda intorno e si notano adolescenti, giovani, adulti, anziani. Tutti estasiati e quasi dispiaciuti che sia finita.